Un recente articolo pubblicato da EU-OSHA richiama un tema poco esplorato ma sempre più rilevante: la salute mentale degli stessi professionisti della sicurezza sul lavoro. L’analisi arriva in vista della nuova campagna europea “Healthy Workplaces” e si concentra su stress e burnout come rischi emergenti anche per chi, per ruolo, dovrebbe gestirli negli altri.

Di cosa tratta:

L’articolo tende a dimostrare come i professionisti in ambito SSL non siano solo i gestori del rischio psicosociale, ma ne sono essi stessi esposti direttamente. Si evidenzia, infatti, come il ruolo presenti caratteristiche tipiche delle professioni ad alto carico emotivo:

  • responsabilità diretta sulla sicurezza altrui;
  • pressione normativa continua e in evoluzione;
  • interazione costante con lavoratori, management e stakeholder;
  • coinvolgimento in incidenti, infortuni e, nei casi più gravi, eventi traumatici.

A questo si aggiunge un contesto organizzativo sempre più complesso. Durante la pandemia, ad esempio, molti professionisti hanno operato in condizioni di forte instabilità normativa e operativa, con aggiornamenti quotidiani e carichi decisionali elevati.

Si richiama, inoltre, la differenza tra le due definizioni chiave nell’ambito del rischio psicosociale:

  • stress lavoro-correlato: “risposta a pressioni immediate (anche fisiche e cognitive)”;
  • burnout: “fenomeno cronico legato a stress non gestito, con esaurimento emotivo, distacco dal lavoro e ridotta efficacia professionale”.

Il dato più significativo, pur non generalizzabile, riguarda uno studio su professionisti della sicurezza che evidenzia livelli di burnout estremamente diffusi (oltre il 98% con sintomi di varia intensità), segnale di un rischio strutturale nella funzione.

Tra i principali fattori di pressione emergono:

  • carichi di lavoro elevati e tempi ridotti;
  • ambiguità di ruolo (supporto vs responsabilità operativa);
  • aspettative irrealistiche (“dover sapere tutto”);
  • carenza di risorse e personale;
  • continua introduzione di nuovi ambiti (benessere, sostenibilità, rischi psicosociali) senza riduzione delle attività esistenti.

Indicazioni operative:

1. Integrare il rischio burnout nel DVR

  • includere esplicitamente i professionisti in ambito SSL nella valutazione dei rischi psicosociali;
  • considerare esposizione a eventi traumatici, pressione decisionale e isolamento organizzativo .

2. Ridefinire il perimetro del ruolo

  • chiarire responsabilità tra SPP, preposti e management;
  • evitare la deriva operativa (“l’RSPP risolve tutto”).

3. Gestire carichi e priorità

4. Rafforzare il supporto organizzativo

  • momenti di confronto tra pari (community professionali);
  • coinvolgimento attivo dei preposti nel monitoraggio dei segnali di pericolo.

5. Intervenire sui fattori organizzativi

  • ridurre sovraccarico amministrativo (digitalizzazione, automazione);
  • investire in strumenti che liberino tempo operativo.

6. Attivare misure di tutela individuale

  • accesso a supporto psicologico;
  • percorsi di rientro graduale post-evento critico;
  • formazione su riconoscimento dei segnali di stress (fatica, insonnia, distacco).

Conclusioni:

Il burnout dei professionisti HSE non è un tema marginale, ma un rischio psicosociale con impatti diretti anche sulla sicurezza organizzativa. Un professionista sovraccarico o in esaurimento riduce la propria capacità di analisi, presidio e prevenzione. La gestione del rischio deve quindi includere anche chi, quotidianamente, è chiamato a gestirlo per gli altri.


Per maggiori approfondimenti si allega il documento integrale in lingua inglese.