Un documento INAIL approfondisce il rischio da esposizione a formaldeide nei laboratori di anatomia patologica, evidenziando classificazione, limiti normativi e misure di prevenzione, con particolare attenzione alla prevenzione primaria.

Di cosa tratta:

La formaldeide è una sostanza chimica ampiamente utilizzata come fissativo nei tessuti biologici, in grado di preservarne la struttura per le analisi di laboratorio. Proprio questa funzione ne ha determinato un impiego consolidato nei laboratori di anatomia patologica, dove viene utilizzata prevalentemente sotto forma di formalina.

Dal punto di vista della salute e sicurezza, si tratta però di un agente con un profilo di rischio elevato. È classificata come cancerogeno certo per l’uomo (IARC gruppo 1), con evidenze epidemiologiche solide per il tumore nasofaringeo, ed è inoltre associata a effetti mutageni, tossicità acuta per inalazione e contatto, nonché a fenomeni di sensibilizzazione cutanea. Questo significa che l’esposizione può generare sia effetti a lungo termine, sia effetti immediati e localizzati, rendendo il rischio particolarmente articolato.

Sul piano normativo, il quadro attuale prevede limiti di esposizione professionale definiti e vincolanti, introdotti nel d.lgs. 81/08 a seguito del recepimento della direttiva (UE) 2019/983:

  • 0,37 mg/m³ (media ponderata su 8 ore);
  • 0,74 mg/m³ (esposizione a breve termine – 15 minuti).

In ambito operativo, il rischio si manifesta soprattutto nelle fasi in cui la sostanza viene manipolata o può liberare vapori. Le attività più esposte sono quelle legate alla gestione dei campioni biologici, alla preparazione delle soluzioni, alle operazioni di dissezione e analisi, oltre alla gestione dei rifiuti e dei contenitori contaminati. In queste situazioni, l’esposizione può essere significativa se non adeguatamente controllata.

La gestione del rischio segue una logica gerarchica. Il primo livello è rappresentato dalla prevenzione primaria, che punta a intervenire direttamente sulla fonte del pericolo. In questo ambito rientra la possibilità di sostituire la formaldeide con sostanze alternative meno pericolose, soluzione che negli ultimi anni è oggetto di crescente sviluppo tecnico.

Quando la sostituzione non è tecnicamente praticabile, entrano in gioco le altre misure:

  • interventi tecnici per il contenimento (aspirazioni localizzate, sistemi a ciclo chiuso, dispositivi che limitano l’emissione di vapori);
  • interventi organizzativi (riduzione del numero di esposti e dei tempi di esposizione);
  • interventi procedurali (standardizzazione delle attività e controllo delle fasi critiche).

I dispositivi di protezione individuale intervengono solo come ultima barriera, in presenza di un rischio residuo che non può essere eliminato con le misure precedenti.

Nel complesso, emerge un rischio chimico strutturato, che richiede un approccio integrato tra valutazione, organizzazione del lavoro e soluzioni tecniche.

Indicazioni operative:

  • Valutare tecnicamente la sostituzione della formaldeide con fissativi alternativi meno pericolosi;
  • Implementare sistemi tecnici di contenimento (aspirazioni localizzate, cicli chiusi, automazione);
  • Ridurre numero di esposti e tempi di esposizione tramite misure organizzative;
  • Formalizzare procedure operative per le fasi a maggior rischio;
  • Garantire formazione, informazione e addestramento specifici;
  • Individuare DPI idonei per vie respiratorie e cute, anche per scenari incidentali.

Conclusioni:

L’approccio proposto evidenzia come il rischio da formaldeide debba essere gestito prioritariamente intervenendo sulla fonte e sull’organizzazione del lavoro. Nei laboratori di anatomia patologica, la prevenzione primaria rappresenta la leva più efficace per ridurre l’esposizione, mentre le misure successive operano in funzione di contenimento di un rischio che, per natura, resta significativo.


Per maggiori approfondimenti si allega il documento pubblicato sul sito INAIL.