Vigilare non è osservare: perché il controllo dei preposti resta il nodo irrisolto della sicurezza sul lavoro
A cura della redazione
La vigilanza dei preposti è uno degli elementi più fraintesi e meno applicati della prevenzione aziendale. Distinguere chiaramente il controllo formale dall’osservazione tra pari è essenziale per proteggere lavoratori, preposti e organizzazioni, e per costruire una cultura della sicurezza solida e credibile.
Cosa tratta :
In molte aziende industriali e di servizi si continua a parlare di cultura della sicurezza come di un obiettivo strategico. Si investe in formazione, si promuovono campagne di sensibilizzazione, si introducono modelli comportamentali evoluti. Eppure, nel cuore operativo della prevenzione, permane una contraddizione che mina l’efficacia dell’intero sistema: la vigilanza dei preposti, pur essendo chiaramente definita dalla legge, è spesso assente, informale o confusa con altri strumenti.Il punto non è normativo, ma culturale e organizzativo. Ancora oggi, in numerosi contesti produttivi, non è chiaro cosa significhi davvero “vigilare”. E soprattutto non è chiaro che la vigilanza non è un’attività simbolica né un gesto educativo generico, ma un atto concreto, continuo e responsabilizzante, che ha ricadute dirette sulla tutela dei lavoratori e sulla protezione giuridica degli stessi preposti. E che deve essere documentato, sennò non è mai stato effettuato.
Il ruolo del preposto tra responsabilità reale e prassi apparente
Il legislatore italiano, anche alla luce degli orientamenti europei sulla prevenzione, ha rafforzato in modo esplicito il ruolo del preposto. Oggi la vigilanza non è più un compito implicito o accessorio, ma una funzione specifica, personale e non delegabile. Le norme che si susseguono negli ultimi anni, rafforzano il concetto ogni volta, con maggiore decisione. Il preposto è chiamato a controllare non solo i comportamenti delle persone, ma anche le condizioni in cui il lavoro si svolge: macchine, protezioni, DPC e DPI, ambienti, procedure.Nella pratica quotidiana, però, questa responsabilità resta spesso priva di una struttura riconoscibile e dimostrabile. La vigilanza viene data per scontata, affidata alla “presenza sul campo”, raramente pianificata e ancora più raramente documentata. Così facendo, si crea un vuoto pericoloso: ciò che non è strutturato non è dimostrabile, e ciò che non è dimostrabile non protegge né i lavoratori né l’organizzazione, né tanto meno gli stessi preposti. Non previene né protegge nessuno.
Quando la sicurezza comportamentale viene fraintesa
Una parte significativa di questa confusione nasce dall’adozione, talvolta acritica, di modelli di osservazione dei comportamenti. In molte aziende questi strumenti hanno avuto il merito di accendere l’attenzione sui fattori umani e di stimolare il dialogo tra colleghi, soprattutto in queste fasi di avvio delle verifiche di efficacia del nuovo accordo stato regioni 2025. Tuttavia, quando non vengono chiariti ruoli e finalità, si genera un corto circuito.L’osservazione tra pari si basa su principi fondamentali come l’anonimato e l’assenza di sanzioni. La vigilanza, al contrario, richiede identificabilità, intervento immediato e tracciabilità. Confondere i due piani significa esporre i preposti a un conflitto insanabile: da un lato facilitatori di un processo partecipativo, dall’altro garanti di un obbligo di legge che impone decisioni anche impopolari. È qui che molte organizzazioni inciampano, ritenendo erroneamente che un buon programma comportamentale possa assolvere anche agli obblighi di vigilanza. Non è così. I due strumenti hanno finalità diverse e tempi diversi. Uno costruisce cultura nel lungo periodo, l’altro protegge le persone qui e ora.
La vigilanza come presidio operativo, non come sanzione
Uno degli errori più comuni è associare la vigilanza a una logica punitiva. In realtà, la vigilanza efficace è prima di tutto un atto di cura organizzativa. Serve a intercettare i segnali deboli, a prevenire il rischio grave, a interrompere situazioni che potrebbero trasformarsi in eventi irreversibili. Quando una protezione è rimossa, quando una procedura viene aggirata, quando un ambiente non è sicuro, non basta un feedback. Serve un preposto vigile che metta in campo una decisione immediata, documentata, coerente. Ed è proprio questa chiarezza che rafforza, nel tempo, anche la cultura della sicurezza, perché rende evidente che le regole non sono negoziabili quando è in gioco la salute delle persone.
Dare forma alla vigilanza: processi, strumenti, continuità
Affinché la vigilanza non resti un concetto astratto, deve diventare un processo riconoscibile. Ciò significa definire cosa va controllato, con quale frequenza, con quali strumenti e con quale esito. Significa anche supportare i preposti con soluzioni e strumenti che semplificano il lavoro, riducono l’ambiguità e garantiscono coerenza nel tempo.In questo senso, l’evoluzione digitale rappresenta un alleato naturale: non come fine, ma come mezzo per rendere visibile ciò che altrimenti resta sommerso. La possibilità di pianificare controlli, registrare interventi, tracciare azioni correttive, documentare anche con foto e analizzare dati consente di trasformare la vigilanza da obbligo individuale a patrimonio organizzativo.La sicurezza matura nasce proprio qui: quando norma, processo e cultura smettono di essere in competizione e iniziano a sostenersi reciprocamente al fine di migliorare ambiente e cultura.
Il 20% che conta (per l’80% dei risultati)
C’è un elemento che, più di ogni altro, determina l’efficacia di un sistema di prevenzione: la distinzione chiara dei ruoli. Comprendere che osservare non è vigilare, e che la vigilanza documentata non è negoziabile, rappresenta quel 20% di consapevolezza che produce l’80% dei risultati concreti.
Quando il preposto sa esattamente cosa deve fare, come farlo e con quali strumenti, la sicurezza smette di essere una promessa e diventa una pratica quotidiana.
COSA DICE LA LEGGE
- La normativa italiana in materia di salute e sicurezza sul lavoro attribuisce al preposto l’obbligo di vigilare sull’osservanza delle disposizioni aziendali e delle norme di prevenzione, intervenendo in caso di comportamenti non sicuri o condizioni di rischio.
- Il preposto deve interrompere l’attività in presenza di pericolo grave e immediato e segnalare tempestivamente le non conformità.
- Tali obblighi sono personali, non delegabili e comportano responsabilità dirette.
INDICAZIONI OPERATIVE
- Chiarire formalmente la differenza tra osservazione comportamentale e vigilanza documentata.
- Definire un processo strutturato di vigilanza documentata dei preposti, distinto da altri programmi.
- Pianificare controlli periodici con criteri oggettivi, omogenei e verificabili.
- Documentare interventi, blocchi delle attività e ripristini delle condizioni di sicurezza.
- Supportare i preposti con strumenti digitali semplici e coerenti con il lavoro sul campo.
- Utilizzare i dati della vigilanza per migliorare processi, ambienti e formazione.
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