Il numero di aprile 2026 di Dati Inail analizza l’industria chimica italiana, evidenziando un comparto con indici infortunistici inferiori alla media manifatturiera, ma caratterizzato da rischi specifici rilevanti: esposizione ad agenti chimici, esplosioni, movimentazione, posture incongrue, patologie osteomuscolari e tumori professionali. L’analisi richiama anche l’importanza di valutazioni dell’esposizione tecnicamente solide, ad esempio attraverso la UNI EN 689:2019 e il Manuale UNICHIM 208.

Di cosa tratta:

L’approfondimento Inail prende in esame il settore Ateco C20, relativo alla fabbricazione di prodotti chimici, un comparto che comprende attività molto diverse: prodotti chimici di base, fertilizzanti, materie plastiche e gomma sintetica, pitture e vernici, saponi, detergenti, cosmetici, agrofarmaci, fibre sintetiche e altri prodotti chimici.

Dal punto di vista strutturale, il settore si distingue per una dimensione media aziendale superiore a quella del manifatturiero. Nel 2023 risultavano 4.146 imprese attive e 114.645 addetti medi annui, con una media di 27,7 addetti per organizzazione. Si tratta quindi di un comparto meno frammentato rispetto al resto del sistema produttivo nazionale, nel quale le imprese di dimensione medio-grande assumono un peso significativo.

Sul piano infortunistico, la fabbricazione di prodotti chimici presenta indici di frequenza e gravità inferiori rispetto all’industria manifatturiera nel suo complesso. Nel triennio 2021-2023 l’indice di frequenza totale è pari a 6,53 infortuni indennizzati per 1.000 addetti, contro 12,12 del manifatturiero. Anche l’indice di gravità risulta più contenuto: 0,68 giornate perse per addetto contro 1,15 nel manifatturiero.

Questo dato, però, non deve portare a una sottovalutazione del rischio. Le denunce di infortunio sono tornate negli ultimi anni sopra i 2.000 casi annui: 2.029 nel 2022, 2.136 nel 2023 e 2.082 nel 2024. Una quota significativa riguarda gli eventi in itinere, che nel settore chimico incidono mediamente per il 23%, contro il 16% del complesso dell’industria manifatturiera.

Gli infortuni accertati positivamente in occasione di lavoro riguardano prevalentemente lavoratori maschi, pari in media all’83% dei casi, con un’età media di circa 42 anni. La distribuzione territoriale conferma il peso produttivo del Nord Italia: l’82% degli eventi avviene tra Nord-Ovest e Nord-Est, con un ruolo rilevante di Lombardia ed Emilia-Romagna.

L’analisi evidenzia anche differenze di genere. Gli infortuni femminili si concentrano soprattutto nella fabbricazione di saponi, detergenti, prodotti per la pulizia, profumi e cosmetici, dove si registra il 67,5% degli eventi che coinvolgono lavoratrici. Tra le professioni più interessate, per le donne prevalgono le operaie addette alle macchine confezionatrici, mentre tra gli uomini risultano maggiormente colpiti gli operatori di macchinari e impianti per la chimica di base e fine.

Le lesioni più frequenti sono contusioni, ferite e lussazioni/distorsioni/distrazioni. Quanto alla dinamica, gli eventi derivano soprattutto da movimenti del corpo con o senza sforzo fisico e dalla perdita di controllo di oggetti, utensili o attrezzature. Nelle lavoratrici assume particolare rilievo anche lo scivolamento con caduta di persona, pari al 22,6% dei casi contro l’11,5% nei maschi. I postumi sono quasi sempre temporanei, nel 92% dei casi, con un’assenza media dal lavoro di 27 giorni. Tuttavia, il dato più critico riguarda gli eventi mortali: nel quinquennio 2020-2024 sono stati riconosciuti positivamente 16 casi mortali in occasione di lavoro, tutti relativi a lavoratori maschi. Il 75% si concentra nella fabbricazione di esplosivi e 13 decessi sono stati causati da esplosioni, anche con eventi mortali collettivi.

Il documento dedica poi una parte specifica alle malattie professionali dell’industria chimica. Nel 2024 sono state denunciate 186 patologie lavoro-correlate, pari all’1,2% del totale manifatturiero; nel periodo 2020-2024 la media è stata di 162 casi annui. Il fenomeno è numericamente contenuto, ma non marginale, perché il settore espone i lavoratori a una combinazione di rischi: solventi, acidi, metalli pesanti, composti organici volatili, polveri, movimentazione manuale dei carichi, movimenti ripetitivi e posture scorrette.

Nel 2024 le malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo rappresentano il 58,1% delle denunce, con 108 casi. Seguono i tumori professionali, pari al 14% delle segnalazioni, in aumento del 73,3% rispetto al 2023, e le malattie del sistema nervoso, pari al 10,8%, quasi interamente riconducibili a sindromi del tunnel carpale.  Particolarmente rilevante è il dato sui tumori: oltre il 78% delle denunce riguarda lavoratori della fabbricazione di prodotti chimici di base, materie plastiche e gomma sintetica, con casi collegati soprattutto a mesotelioma e tumori ai bronchi o ai polmoni.

L’ultima parte dell’approfondimento richiama il tema della valutazione dell’esposizione ad agenti chimici attraverso la normazione tecnica volontaria. In questo ambito viene evidenziato il ruolo della UNI EN 689:2019, norma tecnica richiamata dal D.Lgs. 81/2008 e utilizzata come riferimento metodologico per valutare il rispetto dei valori limite di esposizione professionale. La strategia indicata dalla norma si basa su alcune fasi essenziali: caratterizzazione di base, definizione della strategia di campionamento e analisi, individuazione dei gruppi similari di esposizione e campionamento. Il documento richiama, inoltre, il Manuale UNICHIM 208, pubblicato nel 2024, quale strumento operativo per applicare in modo coerente la UNI EN 689:2019 nel contesto italiano, anche con riferimento all’aggiornamento del DVR e del registro di esposizione ad agenti cancerogeni, mutageni e reprotossici.

Indicazioni operative:

Per le organizzazioni del settore chimico, l’analisi Inail conferma la necessità di non limitare la prevenzione alla sola gestione documentale del rischio chimico, ma di collegare valutazione, misure tecniche, organizzazione del lavoro, manutenzione, formazione e sorveglianza sanitaria.

Sul piano operativo, le priorità riguardano in particolare:

  • aggiornare la valutazione del rischio chimico in presenza di nuove sostanze, nuove miscele, modifiche di processo, variazioni nei quantitativi utilizzati, nuove modalità operative o introduzione di nuovi impianti;
  • verificare la corretta applicazione della UNI EN 689:2019, soprattutto per la definizione dei gruppi similari di esposizione, la scelta delle metodiche di campionamento, il confronto con i VLEP e la gestione dei dati di misura;
  • integrare le risultanze delle misurazioni nel DVR;
  • valutare il rischio da esposizione multipla, considerando che nei processi chimici i lavoratori possono essere esposti contemporaneamente a più agenti;
  • rafforzare la prevenzione degli eventi esplosivi, soprattutto nei comparti con sostanze infiammabili, esplosive o atmosfere potenzialmente pericolose;
  • controllare movimentazione, ergonomia e posture, poiché una quota rilevante delle malattie professionali riguarda il sistema osteomuscolare e il sistema nervoso;
  • analizzare separatamente mansioni e genere, perché le dinamiche infortunistiche non sono omogenee;
  • verificare la coerenza della sorveglianza sanitaria con le esposizioni reali, mansioni, dati ambientali, sostanze utilizzate e patologie segnalate;
  • curare formazione e addestramento operativo, con attenzione non solo alle schede di sicurezza, ma anche alle procedure di travaso, manipolazione, contenimento sversamenti, uso dei DPI, gestione emergenze e primo intervento.

Conclusioni:

Il quadro tracciato da Inail restituisce un settore chimico con indici infortunistici mediamente inferiori al manifatturiero, ma esposto a rischi specifici che richiedono valutazioni tecniche di qualità. La prevenzione non può limitarsi al controllo formale delle schede di sicurezza o alla presenza del DVR, ma deve basarsi su dati di esposizione attendibili, sull’analisi delle mansioni, misure di prevenzione coerenti, gestione del rischio esplosione e aggiornamento costante delle valutazioni.

La sfida principale è trasformare la valutazione del rischio chimico in uno strumento realmente operativo, capace di orientare campionamenti, procedure, formazione, sorveglianza sanitaria, scelta dei DPI e interventi sugli impianti.


Per maggiori approfondimenti si allega il documento.